I PRESEPI D`ARTE TRAPANESI

I PRESEPI D`ARTE TRAPANESI

I PRESEPI D`ARTE TRAPANESI

Una tradizione che si ripete da secoli

La consuetudine diffusa in Sicilia di celebrare il Natale con il presepe indusse, nei secoli passati, i maestri trapanesi a realizzare con gli stessi materiali con i quali creavano piccole sculture e statuine votive - corallo, avorio, alabastro - anche singoli pastori o composizioni presepiali di varie dimensioni. Non sappiamo quando ebbe inizio tale usanza, tuttavia da un documento del 1571, il Conto di Cassa del Tesoro Generale del Regno di Sicilia, si evince che la scena della Natività era inserita nella cosiddetta Montagna di Corallo, una ricca composizione, oggi dispersa, formata da 85 figure in corallo e donata al re di Spagna, Filippo II. Il più noto tra i presepi trapanesi è sicuramente quello in rame dorato, argento, corallo e smalti (fine secolo XVII - inizi XVIII) che si trova oggi esposto nel Museo regionale di Trapani “Agostino Pepoli”, e proviene dalla collezione ericina del conte Francesco Hernandez. E’ montato su una base di rame dorato (di circa 44 cm.) ed ha per scenografia una architettura in legno, rivestita da lamina di rame con inserti di corallo usati per formare plinti, colonne, bugne ed archi; il tutto è ricoperto da una fitta vegetazione di foglie e fiori che si inseriscono fra le strutture del finto edificio. Le figure di Maria, San Giuseppe, del Bambino, dei pastori e dell’angelo sono realizzate con frammenti di corallo legati insieme con la ceralacca: è inoltre presente una tipica figura di donna con canestro sulla testa, che si ritrova anche in un piccolo presepe in avorio e corallo, cui fa da apparato una grotta costituita da piccoli pezzi di madreperla, applicati su sughero. Originale è poi la produzione trapanese di presepi con ambientazione scenica in materiali marini nei quali le figure sono disposte tra le balze e gli anfratti di una montagna formata da conchiglie, coralli ed altri materiali tratti dal mare. Una costante dei presepi d’arte trapanesi è il rudere antico, introdotto in Sicilia nel presepe della chiesa parrocchiale di Scicli e attribuito ad artigiani napoletani della seconda metà del secolo XVI, poi rinnovato nel 1776 da Pietro Padula. Il rudere testimonia l’adesione al cosiddetto “rovinismo” che portò scultori, pittori e architetti ad inserire architetture in rovina nella loro produzione, sia come allusione alla cultura classica, sia come evocazione della distruzione del paganesimo, operata dalla religione cristiana. Nei secoli XVII e XVIII i maestri trapanesi realizzarono con squisito gusto e maestria altri manufatti di pregio con materiali più semplici come il “legno tela e colla”, adoperando la stessa tecnica realizzativa dei Misteri: uno dei più famosi “pasturari”, come venivano denominati gli autori di statine da presepe, ad usare questa particolare tecnica fu Giovanni Matera (1653-1718) che scolpiva, accuratamente, sul legno di tiglio i volti, le gambe e le parti nude delle figurine, sbozzava appena la loro ossatura interna e su questa appoggiava piccoli pezzi di tela o lino finissimi, impregnati di colla e gesso, che venivano poi variamente colorati. I risultati erano simili al legno e sempre vario e vivace risultava l’effetto delle pieghe, drappeggiate direttamente sulle statuine. Ogni piccola scultura, anche se ripeteva uno stesso soggetto, era pertanto sempre diversa, sia per il panneggio delle vesti, sia per l’immediatezza degli atteggiamenti e l’espressione dei volti, talvolta sofferta, talvolta drammatica o carica di fede. Numerose opere di Matera, definite “un trionfo della miniatura”, si trovano oggi conservate presso il Museo Etnografico G. Pitrè di Palermo e presso il Museo Pepoli di Trapani, mentre la serie più significativa, dal punto di vista stilistico, è conservata al Bayerisches National Museum di Monaco di Baviera. La peculiarità di queste sculture di piccolo formato consiste nel vigore espressivo con cui Matera rende i sentimenti e nella sua capacità di dare ad esse forma, movimento e colore, ricollegandosi alla pittura seicentesca di ambito realistico e alle movenze dello scultore contemporaneo Giacomo Serpotta. L’arte del Matera influenzò molti contemporanei e la tecnica del “legno tela e colla” fu usata da altri contemporanei e continuata nel secolo XVIII. I soggetti rappresentati nei presepi trapanesi sono quelli tipici del repertorio siciliano, che Giuseppe Pitrè, uno dei massimi studiosi siciliani di tradizioni popolari, classifica in tre categorie: nella prima inserisce quelli che al momento della nascita di Gesù, secondo i Vangeli e le sacre tradizioni, si trovavano nella grotta di Betlemme, cioè la Madonna, San Giuseppe, il bue, l’asinello e gli angeli; nella seconda classifica i personaggi che si recarono a far visita al Bambino e cioè Magi, pastori, viandanti; nella terza inserisce personaggi non facenti parte della Natività ma protagonisti di episodi successivi come ad esempio la “strage degli Innocenti”. Nei presepi in “legno tela e colla” folta è la schiera di personaggi che si reca a visitare il Bambino Gesù: Magi con abiti regali, quasi sempre accompagnati da servi che ne agevolano il cammino trattenendo il lungo mantello, pastori che si inginocchiano in segno di devozione, mulattieri con bisacce che vengono da lontano, trasportatori di barili di vino, viandanti che si appoggiano ad un bastone o portano sulle spalle un pesante fardello, pastorelle e contadine, pastori che dormono o che al risveglio sono abbagliati dalla luce della stella cometa. Sempre presente è il ciaramellaio, il suonatore di cornamusa che partecipa alla gioia dell’evento suonando il suo strumento. Numerosi sono anche gli animali: pecore, buoi, capre, asini, cavalli e talvolta anche i cammelli, tutti scolpiti in legno. Il sistema di custodire i presepi completi in bacheche, le cosiddette “scarabattole” o “scaffaratelle” (forse dal catalano “escaparata”), indica l’evolversi della tradizione presepiale che, da fatto prettamente religioso, si trasforma in esposizione di oggetto d’arte ed assume valore di arredo nelle case degli aristocratici e dei borghesi siciliani che spesso sfruttavano l’occasione dell’esposizione del presepe per organizzare incontri, rinfreschi e ricevimenti. Un conto di spese del 1658 per l’allestimento del presepe nella chiesa di San Domenico a Palermo attesta l’usanza di offrire, anche in chiesa, qualcosa da mangiare ai visitatori: oltre alle spese per l’acquisto di chiodi, spilli, ferri e supporti, vengono infatti annotate nel conto anche le spese per caramelle, noci e caciocavallo. LINA NOVARA

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