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06 Ago 2021

GIROLAMO FARDELLA

Un eroe trapanese raccontato da Mario Torrente

I trapanesi ebbero il loro “avvocato del popolo” nel 1672. Il suo nome era Girolamo Fardella, ricordato (poco, pochissimo, in realtà quasi dimenticato) in una targa coperta dalla vegetazione che dà il nome alla (quasi anonima) strada che costeggia il dissalatore, impianto ormai in disuso nell`area industriale (che di industriale ha sempre meno), praticamente ai margini del territorio trapanese, al confine con Paceco. Quasi una beffa, considerato che la prima spedizione “punitiva” per cercare di fermare don Girolamo Fardella fu fatta proprio dal principe di Paceco. Ma Fardella, che era a capo della rivolta del pane scoppiata nell`ottobre 1672, fu difeso senza indugi dal popolo, riuscendo così a sfuggire alla cattura. E quando, alla notizia dell`invio a Trapani del generale Bajona contro i ribelli, il suo destino appariva ormai segnato, don Girolamo Fardella trovò rifugio tra le donne del quartiere delle "Putielle", dove viveva tra marinai e pescatori.
Arrivato in città, Bajona condannò a morte, senza processo, nove persone. La prima esecuzione fu quella di Girolamo Fardella, che venne decapitato nel Castello di Terra. Gli altri otto, tra cui c`erano i tre consoli delle Maestranze dei Corallari, degli Scultori e degli Intagliatori, vennero impiccati. La rivolta del pane a Trapani vide infatti in prima linea le corporazioni degli artigiani. E tra i condannati per i tumulti ci furono i rappresentanti delle Maestranze. A tutti e otto, dopo essere stati appesi alla forca, vennero tagliate le teste, che furono esposte, assieme a quella di don Girolamo Fardella, in gabbie di ferro alla Loggia, proprio davanti il Palazzo del Senato, la “sede” del potere della nobiltà che avevano contestato e sfidato. Questo a monito in caso di altri tentativi di ribellione. Il concetto doveva essere chiaro a tutti: non era permesso alzare la testa nemmeno per rivendicare un tozzo di pane.
Già con queste premesse la storia di Girolamo Fardella dovrebbe appassionare tutti i trapanesi che amano la libertà e che non sopportano i soprusi e le prepotenze sulla pelle (e lo stomaco) della povera gente. Ma questa vicenda ebbe anche delle ripercussioni sugli assetti della Trapani della fine del 1600, stremata da diverse carestie, sulla sua economia e probabilmente anche sul decorso dei decenni a seguire, indirizzando le sorti (e forse segnandone la crisi) di uno dei settori produttivi maggiormente trainanti all`epoca, quello dell`artigianato artistico. Fu un punto di svolta. In negativo. Perché oltre al sangue versato ed agli scossoni delle cannonate Trapani subì una vera e propria emorragia di intelligenze ed energie. Il fermento artistico di quel periodo ebbe una battuta d`arresto. E questo perchè molti furono costretti ad andare via temendo ripercussioni da parte della Corona spagnola. Erano maestri corallai, scultori, intagliatori, abilissimi artigiani capaci di fare prendere forma ad ogni cosa in autentici capolavori apprezzati in tutto il Mediterraneo, ma anche nelle corti Nord Europee. Erano veri e propri Artisti. Con la "A" maiuscola.
Trapani era insomma la capitale dell`artigianato artistico, dove si lavorava il corallo. Qui l`oro rosso prendeva le più svariate forme grazie alla maestria ed alla abilità che aveva reso famosissimi gli artigiani trapanesi. Ma molti, dopo le rivolte del 1872-73, abbandonarono le loro "putie" in via degli Scultori (l`attuale via Torrearsa) emigrando altrove. Fu l`unico modo per non ritrovarsi rinchiusi, forse a vita, nelle orrende prigioni della Vicaria o peggio appesi alla forca. Così, appena le cose si misero male per i rivoltosi, con l`invio dei rinforzi comandanti dal generale Bajona, per salvare la pelle non ci fu altro da fare che darsi alla fuga. Ma Trapani perse la sua "pelle".
Gli Spagnoli riportarono la calma facendo anche un po` di "pulizia" tra i rivoltosi che trovarono in città. Oltre alle nove persone giustiziate, altre 21 vennero infatti rinchiusi nelle galere della città. Ma molti, temendo il peggio, fuggirono. E furono davvero tanti. Come scrive Peppe Occhipinti nella introduzione del volume "Le insurrezioni della fame in Trapani nel secolo XVII" di Carlo Guida, quattromila artigiani, "imbarcatisi su vascelli di fortuna" lasciarono la città per raggiungere Tunisi, Napoli, Cagliari, Livorno, Genova e Barcellona, esportando così altrove il “know-how” trapanese che faceva prendere forma ai rametti di corallo, così come all`argento, all`oro e ad altri materiali. La città si svuotò dei suoi migliori talenti, disperdendo così l`identità di centro dell`artigianato artistico. Vinsero i nobili, persero gli artigiani. Il popolo tornò ai suoi stenti di sempre e chi li aveva rappresentanti fece una brutta fine. Girolamo Fardella pagò con la vita il suo essersi schierato in difesa di chi reclamava il pane e protestava contro le angherie e le ruberie dei potenti dell`epoca. Lo fece da avvocato usando le leggi del tempo. Ma non bastò per ottenere giustizia e soddisfare le giuste richieste del popolo e delle maestranze.
Tutto ciò avvenne 100 anni prima della Rivoluzione Francese. Chissà come sarebbero andate le cose se, nello scontro tra nobili e maestranze, avrebbero avuto la meglio in Sicilia la borghesia ed i ceti artigiani. Forse, chissà, a Trapani le cose sarebbero andate diversamente. Ma con i "se" non si scrive la storia, dove, di contro, si tende invece ad esaltare i vincitori e chi ha spadroneggiato, dimenticando chi si è speso per una giusta causa. Rimettendoci la pelle. O meglio, la testa, come nel caso di don Girolamo Fardella di cui resta traccia solo in una strada lontana dai luoghi che lo videro protagonista tra l`ottobre del 1672 ed il febbraio 1673. Ad altri è andata decisamente meglio ed ancora sono ricordati in città nonostante il sangue di trapanesi innocenti (protestavano per la fame) che fecero versare.
Nella parte opposta della via Girolamo Fardella c`è infatti uno dei monumenti più importanti della città, Torre di Ligny, che porta il nome del viceré che diede l`ordine di fare decapitare il capo della rivolta che scoppiò a Trapani nell`ottobre del 1672. Furono chiamate le insurrezioni della fame, un po` come gli assalti nei forni di manzoniana memoria a Milano, Napoli, Messina e Palermo. Ma a Trapani non ci fu un “capopopolo”, come il napoletano Masaniello o il palermitano Giuseppe D`Alesi. A Trapani ebbero un ruolo importante le corporazioni artigiane (che pagarono a caro prezzo l`avere sfidato lo status quo del tempo) e Girolamo Fardella, che rappresentò gli interessi del popolo nelle insurrezioni per il pane. E lo fece talmente bene da attirarsi le “simpatie” del potenti dell`epoca, la nobiltà che governava la città, sembra proprio non così bene. Don Girolamo Fardella, nella sua qualità di avvocato, documentò infatti l`incapacità e le ruberie dei Giurati nella gestione del frumento.
Le corporazioni misero infatti sotto accusa il servizio pubblico dell`annona. E Fardella riuscì ad ottenere la carcerazione di alcuni giurati, altri furono rinchiusi nel carcere della Vicaria. Ma una volta repressa (militarmente e col pugno duro) la rivolta i Giurati tornarono in liberà. Tutta la città ebbe delle ripercussioni e la stessa economia subì dei contraccolpi per le perdita di molti artigiani. Questi fatti, assieme alle altre rivolte della fame per le carestie del 1600, sono state raccontate nel libro “Le insurrezioni della fame in Trapani nel secolo XVII” di Carlo Guida dove viene resa finalmente giustizia alla figura di Girolamo Fardella, che sacrificò la sua vita per il popolo, per poi essere quasi cancellato dalla memoria cittadina.
Paradossalmente, chi sedò nel sangue i tumulti e la rabbia (più che legittima) del popolo, aprendo il fuoco dei cannoni dal Castello di Terra contro la folla inferocita e affamata, condannando a morte i capi della rivolta e appendendone le teste alla Loggia davanti al Senato cittadino, ancora oggi viene invece ricordato. Tutti ripetono il nome del viceré spagnolo Ligny (Lignè). Ma non quello di chi invece pagò con la vita l`avere difeso gli interessi del popolo, con onestà e rifiutando anche offerte in denaro ed i tentativi di corruzione. Fu coerente con i suoi valori ed al “mandato” ricevuto fino alla fine, anche quando quasi tutti gli voltarono le spalle, ritrovandosi ad essere difeso solo dalle donne del quartiere delle "Putielle", l`attuale zona di porta Botteghelle.
La figura di don Girolamo Fardella è insomma caduta nell`oblio. Pochi conoscono la sua storia, che meriterebbe di essere raccontata e divulgata come un modello di integrità e coraggio trapanese. Un esempio di difesa delle fasce deboli, di rivendicazione di un diritto, quello di potersi sfamare, contro i soprusi dei potenti. È la storia di Girolamo Fardella. L`avvocato del popolo trapanese.

MARIO TORRENTE

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